Alice a Beirut

Alice a Beirut

Il mio Libano “immaginario”


La prima volta che sono stata in Libano avevo sei anni. Sdraiata sul tappeto del salone a casa dei nonni, sfogliavo quello che è stato a lungo il mio libro preferito: un vecchio atlante mezzo consumato, talmente vecchio che gli Stati africani avrebbero tranquillamente potuti essere indicati come colonie. Leggevo i nomi dei Paesi e delle loro capitali senza troppa concentrazione quando mi imbattei in un piccolo staterello a ridosso del mare. La scritta diceva “Libano”. Come in trance continuavo a rileggere e a rigirarmi in testa le sillabe che componevano quel nome. Li-ba-no. Una parola che sapeva di esotico, di bello, di diverso, di sconosciuto quanto familiare, di “qualcosa” che, non avrei saputo dire in quale modo, aveva a che fare con me.

Basandomi unicamente sulle poche fotografie del medio oriente che avevo visto, cercai di immaginarmi come potesse essere questo Libano, che aveva ormai iniziato ad attrarmi come una calamita senza che sapessi spiegarne il perché. Le risposte che ricevevo quando provavo a porre delle domande contenevano invariabilmente la parola “guerra”. Quindi significava che c’era stato un conflitto. Che il “mio” Libano era come un bellissimo ragazzo quasi ferito a morte.

Una vita “verso Oriente”


Sono passati gli anni e il mio percorso si è orientato verso oriente. Ho scelto di studiare la storia, la politica, le istituzioni di quel pezzo di mondo che si estende dalla Mauritania all’Afghanistan e che viene chiamato “Medio Oriente”. La parte del leone, nei miei studi e nei miei approfondimenti personali però, la faceva sempre lui: il Libano. 

Finalmente il Libano


A ventidue anni partii come cooperante per un’Ong per svolgere un periodo di lavoro a Burj el-Barajneh, il più grande campo profughi palestinese, a sud di Beirut. 

Stava succedendo. Stavo andando in Libano.

Atterrai al Rafik Hariri nel pieno di una notte di luglio. Ancora sulla scaletta dell’aereo fui colpita da un soffio di aria calda che arrivava dal Mediterraneo. Cominciai a piangere senza trovare una spiegazione. Era come se tutto mi suggerisse che non ero arrivata ma tornata. Come se quella fosse “casa”.

Assaporare Beirut

Le pause dal lavoro sono state dedicate interamente ad esplorare la città. Ad innamorarmi dei suoi profumi, persino quelli della verdura marcia o della carne fresca appesa nelle macellerie halal. A riempirmi gli occhi di architetture meravigliose, passando da spazi mai riqualificati a moderne vie fiancheggiate dalle vetrine di boutique di lusso. I taxisti che decidevano in base al loro umore se portarti a destinazione o lasciarti a piedi, il sole, il vento caldo, la polvere, il cemento. Beirut era nuova e conosciuta allo stesso tempo, mi sentivo a casa tra le sue strade e felice sotto il suo cielo. Il richiamo alla preghiera che usciva dagli altoparlanti dei minareti scandiva le mie giornate trasmettendomi una pace infinita. Mi addormentavo guardando le stelle sul terrazzo dell’edificio nel quale vivevo dentro il campo di Barajneh cullata dal vociare dei miei vicini e dalla dolce, speziata, accogliente notte libanese. Quelli legati a Beirut non sono ricordi ma un insieme di sapori e sensazioni. Il pane del “Cafè Manara”, talmente morbido e sottile da sembrare un tovagliolo di seta; la crema dell’hummus di ceci; il sole che tramonta come un’enorme disco arancione mentre cammino lungo la Corniche. Ripartire fu straziante. Come una bambina che non vuole lasciare la mamma il primo giorno di scuola, guardavo in basso le luci della città, conscia che una parte del mio cuore vi era rimasta per metterci radici che col tempo si sarebbero rafforzate sempre di più.

La rotta per la felicità

Alla “mia” Beirut vanno i pensieri felici, i miliardi di messaggi scambiati quotidianamente con gli amici libanesi, il ricordo di un amore per un uomo bellissimo e ferito come la sua città. 

La rotta per il Libano è la via che porta alla storia della mia vita. 

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